L’arte dei fratelli Gioli in mostra al Palazzo Blu di Pisa
di
Gabriele Isetto
Se
si pensa che la pittura toscana a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento sia
soltanto una sequenza prevedibile di placidi paesaggi rurali e pacifiche vedute
da cartolina, la straordinaria rassegna espositiva ospitata nelle sale di
Palazzo Blu a Pisa costringe a un ripensamento. Il percorso critico della
mostra, curato magistralmente dal Professor Stefano Renzoni insieme a Bianca
Cerrina Feroni per la sezione grafica, accende i riflettori su un capitolo
artistico di una vitalità emotiva e formale semplicemente sconvolgente, unendo
opere provenienti da musei pubblici e prestigiose collezioni private in un
racconto compatto che rimarrà aperto al pubblico dal 16 maggio fino al 6
settembre.
L'aspetto
che più di ogni altro rapisce e travolge il visitatore lungo le sezioni della
mostra, imprimendosi nella memoria ben oltre la durata della visita, risiede
nella gestione della materia pittorica: si rimane sinceramente a bocca aperta
per la maestria assoluta con cui sono stati orchestrati i colori e per la forza
intrinseca, quasi fisica, delle pennellate. Ogni tela pulsa di un'energia dinamica
che rifiuta l’accademicità della tradizione e preferisce imprimere nel quadro
un'urgenza espressiva che tocca corde intime. Le transizioni cromatiche e la
consistenza stessa del colore non si limitano a descrivere la realtà visibile,
ma la reinventano costantemente attraverso la luce, trasformandosi in pura
emozione visiva.
Questo
nucleo rivoluzionario affonda le proprie radici storiche nelle colline di
Staggia e nelle memorabili esperienze dei Macchiaioli, che a Firenze e nelle
campagne circostanti, scardinarono i vecchi dogmi celebrativi per inaugurare un
rapporto naturalistico, schietto e libero con il paesaggio e con la
quotidianità. La mostra declina questa evoluzione concentrandosi in modo
approfondito sulla dinastia dei fratelli Gioli, un vero e proprio cenacolo
intellettuale ed estetico fiorito nella quiete colta della villa di Fauglia.
Francesco Gioli si impone immediatamente allo sguardo per un percorso grafico e
pittorico formidabile che, partendo dall'orbita realista toscana e
arricchendosi dei fecondi soggiorni parigini della Belle Époque, approda con
straordinaria sicurezza esecutiva alle sensibilità atmosferiche del
Divisionismo e al simbolismo onirico più raffinato, dimostrando una spiccata
attenzione per le tematiche sociali e umane del suo tempo.
Accanto
a lui, il fratello Luigi Gioli sviluppa una personalità artistica altrettanto
magnetica ma chiaramente distinta, prediligendo inquadrature prospettiche
audaci, forti tagli visivi e una resa del movimento che trova nei cavalli in
corsa, nelle vaste distese della Maremma e nelle vedute urbane di una Pisa
lontana dagli stereotipi turistici i suoi vertici assoluti. La narrazione si
arricchisce poi del contributo estroso del terzo fratello, Giuseppe Gioli, il
quale, pur dedicandosi alla pittura con un approccio più intimo e felicemente
distaccato dalle rigide logiche del mercato d'arte, rivela un temperamento inventivo
originale che spazia dai soggetti legati alla sua profonda passione venatoria
fino a felici incursioni nel design di elementi d'arredo.
La
mostra documenta con accuratezza come questo rinnovamento figurativo abbia
finito per irradiare la propria influenza ben oltre i confini del territorio
pisano, creando una fitta trama di dialoghi e fecondi scambi con scrittori e
musicisti internazionali che rimasero stregati dal fascino incontaminato del
litorale e dei boschi di Coltano e San Rossore. Nelle successive sezioni
dedicate alla pittura postmacchiaiola, il colore si libera ulteriormente da
ogni vincolo formale residuo, trovando una concisione poetica e una luminosità
diffusa capaci di trasfigurare i faticosi gesti del lavoro rurale in momenti
dotati di una muta ed epica sacralità, una sensibilità che si ritrova
magnificamente espressa nelle opere di maestri del calibro di Nomellini,
Gordigiani, dei Tommasi e di Kienerk.
Il
percorso espositivo culmina infine in un crescendo emotivo di straordinaria
suggestione che esplora l'eredità artistica pisana del primo Novecento per poi
sfociare nell'universo enigmatico e solitario di Spartaco Carlini. Nelle sue
opere la Pisa idilliaca ed evocativa cede il passo a vedute urbane cupe, aspre
e profondamente misteriose, dove le architetture diventano lo sfondo di scene
animate da figure ridotte a pure macchie di colore. In quest'ultima sezione le
pennellate subiscono un'ulteriore e affascinante mutazione, facendosi
tormentate, sintetiche e cariche di una tensione drammatica che introduce con
forza le prime, inquietanti suggestioni dell'Espressionismo moderno, sancendo
l'annuncio definitivo di una sensibilità estetica del tutto nuova che congeda
definitivamente il secolo passato.
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