Emma Dante racconta Tancredi attraverso i pupi siciliani
di
Gabriele Isetto
Dopo
ventidue anni di assenza, Tancredi di Gioachino
Rossini torna sul palcoscenico del Teatro
dell'Opera di Roma con una lettura scenica che punta con decisione
sull’immaginario dei pupi siciliani. La regia di Emma
Dante trova proprio in questa intuizione il suo punto di forza: un’idea
teatrale chiara, coerente e capace di sostenere l’intero spettacolo senza
ridursi a semplice elemento estetico. I pupi diventano così parte integrante
della narrazione, dando forma visiva ai conflitti e al destino tragico dei
personaggi.
Una
particolarità di Tancredi è l’esistenza di due finali differenti:
quello lieto, più vicino alla tradizione dell’opera seria del tempo, e quello
tragico, composto da Gioachino Rossini per
la ripresa veneziana dell’opera. Emma Dante
sceglie proprio questa seconda strada, portando in scena un epilogo cupo e
doloroso che rafforza la coerenza drammatica dell’allestimento.
È
una scelta che convince anche sul piano musicale, perché mostra un volto meno
abituale di Rossini: non soltanto il compositore brillante, vivace e
trascinante che l’immaginario comune associa al ritmo e al colore, ma anche un
autore capace di dare intensità tragica e tensione emotiva alla propria
scrittura. Nel finale tragico di Tancredi, infatti, la musica perde
ogni leggerezza e accompagna con forza la caduta dell’eroe, dimostrando quanto
il linguaggio rossiniano sappia essere incisivo anche lontano dal lieto fine.
Sul
podio, Michele Mariotti guida l’Orchestra
del Teatro dell'Opera di Roma con grande
maestria ed eleganza mantenendo sempre vivo il ritmo della scrittura rossiniana
senza mai interromperne la naturale fluidità. La sua direzione, precisa e
raffinata, accompagna con equilibrio tanto i momenti più lirici quanto quelli
di maggiore tensione drammatica, valorizzando ogni sfumatura della partitura.
Ne emerge una lettura impeccabile e coinvolgente, capace di convincere
pienamente il pubblico.
Sul
piano vocale, il cast si distingue per compattezza e qualità interpretativa,
contribuendo in modo decisivo alla riuscita dello spettacolo. Enea Scala dà vita a un Arrigo intenso e
autorevole, sostenuto da un timbro luminoso e da una linea di canto sempre
sicura. La sua presenza scenica riesce a dare forza al personaggio anche nei
momenti di maggiore tensione drammatica. Nel ruolo del protagonista, Carlo Vistoli convince pienamente grazie a un
Tancredi elegante e tormentato, costruito con grande sensibilità musicale. Il
timbro caldo e l’ottimo controllo della vocalità restituiscono tutta la
fragilità eroica del personaggio. Di grande solidità anche l’Orbazzano di Luca Tittoto, che unisce profondità vocale e
autorevolezza scenica. La voce ampia e ben proiettata conferisce al personaggio
un forte peso drammatico. Martina Russomanno
interpreta Amenaide con intensità e raffinatezza, distinguendosi per un timbro
limpido e per una notevole espressività. La sua prova riesce a equilibrare
delicatezza e tensione emotiva con grande naturalezza. Molto convincente anche Ekaterine Buachidze nei panni di Isaura, grazie
a una vocalità omogenea e a una presenza scenica misurata ma incisiva, capace
di dare rilievo al personaggio. Completa il cast Maria
Elena Pepi, un Roggiero energico e ben caratterizzato, sostenuto da una
voce duttile e da una partecipazione scenica sempre efficace.
La
scenografia di Carmine Maringola e i
costumi firmati dalla stessa regista insieme a Chicca
Ruocco costruiscono un universo visivo fortemente legato al folklore
siciliano. Il richiamo ai pupi è costante e rimanda inevitabilmente all’arte di
Mimmo Cuticchio, figura simbolo della
tradizione dell’opera dei pupi. Le scene dipinte e i costumi colpiscono per i
colori accesi e vivaci, creando un immaginario quasi fiabesco che, a tratti,
ricorda l’estetica di un film d’animazione Disney. Questa scelta visiva non
risulta mai eccessiva, ma anzi contribuisce a dare allo spettacolo una forte
identità estetica e teatrale. Anche il movimento dei cantanti e del coro sul
palcoscenico appare studiato con grande coerenza rispetto all’impianto
registico: i gesti, le posture e le dinamiche sceniche richiamano spesso il
teatro delle marionette di Pinocchio, accentuando quella dimensione sospesa tra
fiaba, tradizione popolare e teatro nel teatro che attraversa l’intero
allestimento.
Lo
spettacolo convince per la coerenza tra regia, musica e impianto visivo. Emma Dante firma uno spettacolo capace di
trasformare la tradizione dei pupi siciliani in un linguaggio teatrale vivo ed
efficace, restituendo tutta la forza tragica del capolavoro di Rossini.
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