Angeli nella pittura: dall’Antico al Contemporaneo
di
Gabriele Isetto
Introdotta
dalle suggestive parole di Papa Francesco, che definisce l'angelo custode come
un «amico che non vediamo, ma sentiamo», la mostra Angeli. Messaggeri, custodi e viandanti si configura come un
viaggio storico-artistico straordinariamente emozionante. Il percorso
espositivo indaga la figura angelica non solo come fulcro teologico, ma come
archetipo visivo universale in grado di attraversare le epoche, dall'Antico al
Contemporaneo, offrendo al visitatore un'esperienza totalizzante e ricca di
spunti antropologici.
La
prima parte del percorso scompone magistralmente le radici dell'angelo,
rintracciabili nei contatti pre-biblici con le culture egiziana, babilonese e
zoroastriana, per poi analizzare l'eredità dell'iconografia romana. Gli artisti
cristiani, superando l'idolatria pagana, hanno rielaborato i geni alati, i
daimones e gli erotes classici. Se le prime testimonianze (come nella catacomba
di Priscilla) mostrano figure prive di ali e austere, dal IV secolo la
fisionomia dell'angelo assume le ali e si veste della tunica liturgica,
distanziandosi dal nudo antico. Affascinante è la sezione dedicata all'enigma
del sesso e dell'età: dall'aspetto marcatamente maschile e barbuto delle prime
figurazioni, si passa ai modelli flessibili, androgini o più femminei che
caratterizzeranno le maestose pale d'altare e le Natività del Quattrocento e
Cinquecento.
L'esposizione
si addentra poi nella catalogazione delle funzioni celesti, tipica della
teologia medievale e controriformistica. Gli angeli adoranti incarnano l'estasi
e la preghiera statica delle sacre conversazioni; gli angeli musicanti
introducono la dimensione della melodia vocale e strumentale come specchio
dell'armonia delle sfere celesti e dell'ordine cosmico (un concetto caro a
Platone e ripreso nei taccuini di Leonardo da Vinci); l'angelo custode, la cui
devozione si consolida nel Seicento sotto Papa Clemente X, diventa simbolo di
protezione quotidiana contro le insidie terrene. Una sezione cruciale è
riservata alla presenza angelica nella vita di Cristo: figure provvidenziali
che scandiscono i misteri della salvezza, dall'Incarnazione all'agonia nel
Getsemani, fino all'annuncio della Resurrezione. Spicca qui la figura
monumentale dell'Arcangelo Gabriele, il messaggero per eccellenza, ritratto con
gli abiti cerimoniali da dignitario di corte o con il tradizionale ramo di
giglio.
Gli
ultimi pannelli svelano il lato più epico della mostra, incentrato sulle
gerarchie supreme. Michele, il condottiero delle milizie celesti, domina la
scena come difensore della Chiesa e vincitore del drago apocalittico; accanto a
lui, Raffaele, la guida viandante che accompagna il giovane Tobia, incarna la
guarigione e la provvidenza. La mostra comprova ampiamente come la devozione a
San Michele abbia generato una fitta rete di santuari europei (dall'Oriente
bizantino a Roma), trasformando l'angelo in un baluardo non solo spirituale, ma
politico, strettamente legato alle dinastie sovrane dell'Occidente medievale e
alla difesa dei luoghi sacri.
Non
si tratta di una semplice sequenza di opere sacre, ma di un allestimento
empatico che spinge a riflettere sulla necessità umana di trovare un ponte tra
il visibile e l'invisibile.
A
parer mio, ho trovato straordinario il contrasto visivo tra la severità delle
prime rappresentazioni catacombali e la grazia vibrante delle creature
rinascimentali e barocche. L'inserimento dei pannelli dedicati alla musica
celeste e alla figura protettiva dell'angelo custode regala momenti di rara
introspezione, trasformando la visita in un vero e proprio esercizio spirituale
e intellettuale. Un'esposizione impeccabile che, unendo rigore documentario e
pathos visivo, lascia un segno profondo nell'animo del visitatore.



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