Firenze Déco: il palcoscenico della rinascita tra maschere e modernità
di
Gabrirele Isetto
Esistono
mostre che si guardano e mostre che, come è stato sottolineato durante la
presentazione ufficiale, vanno innanzitutto “respirate”. Firenze Déco, promossa dalla Città Metropolitana di
Firenze e curata da Lucia Mannini, non è solo una
mostra: è un viaggio nell’eleganza e nella creatività di un’epoca che, uscita
dal trauma della Grande Guerra, ha scelto di scommettere sulla bellezza e sul
futuro. Aperta fino al 25 agosto a Palazzo Medici Ricciardi, l’esposizione
invita il visitatore a non limitarsi a osservare gli oggetti in vetrina, ma a
“respirare” l’atmosfera di un tempo in cui l’arte e la vita quotidiana si
fondevano in un unico linguaggio estetico.
Il
punto di svolta, il “clou” drammaturgico di questa estetica, è fissato nel
1925: l’anno dell’Exposition Internationale des Arts Décoratifs et
Industriels Modernes di Parigi. È in quel momento che il Déco si consolida
come gusto universale, e la mostra fiorentina ne ripercorre magistralmente
l’onda d’urto. Non si tratta di una parata di soli “giganti”: la forza del
percorso espositivo sta proprio nel mettere a confronto artisti di prima
grandezza con figure meno note, ma non per questo meno significative. Questa
scelta ci restituisce la verità di un’epoca: il Déco non è stato un movimento
d’élite, ma un linguaggio corale che ha influenzato chiunque, dal grande
pittore al piccolo ceramista, trasformando Firenze in un laboratorio a cielo
aperto.
Il
legame con il teatro esplode nelle prime sezioni. Il ritorno da Parigi di
artisti come Alfredo Müller, Umberto Brunelleschi e Gino Carlo Sensani porta
con sé una nostalgia vitale per la teatralità settecentesca. Le loro Arlecchinate
non sono semplici dipinti: sono veri e propri “frame” teatrali. I personaggi
appaiono come attori su un palcoscenico, illuminati da una luce intensa dal
basso che ricorda i fari della ribalta, incorniciati da boccascena che sembrano
invitare il pubblico a entrare nella finzione. Questa “fuga nel teatro” non era
un semplice vezzo estetico: in anni difficili, segnati dalle cicatrici del
primo conflitto mondiale, la maschera della Commedia dell’Arte diventava un
filtro necessario per guardare il mondo con un’ironia nuova, meno incline alle
battaglie delle avanguardie e più vicina a una “danza libera” dello spirito.
La
mostra dedica ampio spazio alle iconiche feste in costume, come quella
leggendaria a Villa Schifanoia nel 1914, ispirata a Le Mille e una Notte.
Qui il confine tra attore e spettatore crolla: la nobiltà fiorentina indossa i
panni dell’Oriente, trasformando la vita sociale in una féerie continua.
Interessante è il lavoro di Thayaht che, tra l’altro, inventa la Tuta: un abito
che è quasi un costume di scena per l’uomo moderno, geometrico, funzionale e
pronto all’azione del nuovo secolo.
Anche
le ceramiche, con il genio di Gio Ponti alla Richard-Ginori o le iridescenze
orientali di Galileo Chini, vengono presentate come un’estensione della messa
in scena. Ogni vaso, ogni cesta etrusca reinterpretata, sembra un attrezzo di
scena pronto a raccontare una storia. Come è stato ricordato in conferenza,
questo spirito di rinnovamento ha coinvolto le eccellenze del “Made in
Florence”, dalle valigie di Gucci alle calzature di Ferragamo, dimostrando che
lo stile era un’opera d’arte totale.
Firenze Déco
non è solo una mostra filologica: è un atto di resistenza estetica. In un
momento storico in cui il futuro appariva incerto, quegli artisti hanno scelto
di “disegnare” la speranza. Per chi ama il teatro, visitarla significa comprendere
come spazio, abito e luce possano collaborare per creare un mondo nuovo.




