Un Simon Boccanegra tra medioevo e ottocento

di Gabriele Isetto



L’ultima volta che Simon Boccanegra di Verdi è andato in scena al Gran Teatro La Fenice di Venezia è stata durante la stagione 2014/2015; oggi è tornato con un nuovo allestimento firmato da Luca Micheletti. Il regista ha impostato la sua chiave di lettura come se l’intera opera fosse un dramma borghese, ispirandosi al teatro di Ibsen. È importante ricordare che nel libretto di Piave tra il prologo e il primo atto trascorrono venticinque anni: Micheletti ha avuto l’idea, particolarmente interessante, di unire questi due momenti facendo di Simone, ormai maturo, il protagonista di un ricordo-sogno in cui riaffiorano gli eventi accaduti venticinque anni prima.


La direzione d’orchestra di Renato Palumbo si è distinta per rigore e misura: impeccabile nel rispetto della partitura, ha saputo conferire all’esecuzione una tinta musicale lugubre e coerente con il clima dell’opera, senza che la lettura risultasse mai pesante o ridondante. Particolare attenzione è stata riservata alla cura del dettaglio, con un equilibrio costante tra tensione drammatica e trasparenza sonora.
Di grande rilievo anche il coro, diretto da Alfonso Caiani, protagonista non solo dal punto di vista musicale ma anche scenico. È costantemente in movimento, contribuendo in modo decisivo alla costruzione drammatica dell’azione e rafforzando l’impatto teatrale complessivo.
Passando ai cantanti, il protagonista Simon Boccanegra è stato interpretato da un eccellente Luca Salsi, capace di destreggiarsi con naturalezza tra i momenti di maggiore tensione drammatica e quelli più intimi e raccolti, sostenuto inoltre da una forte e autorevole presenza scenica. Francesca Dotto, nel ruolo di Amelia, ha messo in luce una voce bella e luminosa, pur incontrando qualche difficoltà nel raggiungere gli acuti. Impeccabile Francesco Meli come Gabriele Adorno: pienamente a suo agio nel personaggio sotto ogni punto di vista. Alex Esposito, nei panni di Fiesco, dopo un avvio leggermente sotto tono, si è ripreso con decisione, portando avanti un’esibizione complessivamente buona e riuscendo a rendere con efficacia il rancore e la rabbia che attraversano il suo personaggio. Completano il cast i bravi Simone Alberghini (Paolo), Alberto Comes (Pietro), Saka Korkmaz (Capitano dei balestrieri) e Yoreum Han (Ancella di Amelia).


Sul piano visivo risulta particolarmente riuscita e imponente la scenografia, di Leila Fteita, che finisce per assumere quasi la funzione di una prigione per i personaggi. Un gigantesco mare dipinto sulle pareti, avvolge la scena e trasmette un marcato senso di claustrofobia: il mare diventa così il simbolo del naufragio esistenziale in cui sono immersi i protagonisti.
Oltre a ciò, sono presenti altri elementi scenici di forte impatto visivo, come il baldacchino che si trasforma di volta in volta in letto e in tomba del protagonista. Da sottolineare in particolare due momenti: la scena del Consiglio, dominata da lanterne ed un trono che calano dall’alto, e la morte simbolica di Simon Boccanegra, quando una porzione della parete dipinta con il mare si apre ed egli viene quasi inghiottito dallo spazio scenico.


Di grande fascino anche i costumi di Anna Biagiotti, che fondono Medioevo e Ottocento (l’epoca di Verdi) accostando cotte di maglia, elmi e spade ad abiti di gusto ottocentesco e cappelli a cilindro. Questa scelta contribuisce a creare un suggestivo cortocircuito temporale, rafforzando il dialogo tra storia, dramma e memoria.
Lo spettacolo si è concluso con un grande successo di pubblico; al termine dell’opera sono stati lanciati dall’alto i ben noti volantini legati alla protesta contro la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale.

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