La coscienza di Zeno in scena: un tentativo coraggioso ma imperfetto

di Gabriele Isetto


Un capolavoro della letteratura del Novecento come La coscienza di Zeno di Italo Svevo non è certamente facile da portare in teatro, poiché gran parte del testo si fonda sull’autoanalisi e sulle contraddizioni interiori del protagonista. Il regista Paolo Valerio ha cercato di realizzare un adattamento che ripercorresse l’intero romanzo, senza però riuscire a pieno nel suo intento.
Gli spettatori recatisi a teatro, magari attratti dal titolo, ma che non avevano mai letto il romanzo, hanno sicuramente faticato a comprendere lo sviluppo dello spettacolo. Inoltre, rispetto al libro, sono stati introdotti cambiamenti sostanziali che in qualche modo stravolgono la vicenda: ad esempio, lo schiaffo che il protagonista riceve dal padre in punto di morte diventa volontario e non più casuale, oppure la morte di Giovanni Malfenti viene presentata come volontaria e non come conseguenza di un incidente. Al contrario, alcuni aspetti del testo letterario di scarso rilievo vengono eccessivamente enfatizzati nell’adattamento, come la seduta spiritica, qui resa troppo lunga e dettagliata. Le tematiche principali vengono comunque conservate: la malattia, l’inettitudine, il rapporto con il padre e l’autoinganno; tutte vengono sviluppate principalmente sotto forma di monologo da parte del protagonista.


Un’idea registica che avrebbe potuto rivelarsi efficace è stata l’introduzione del doppio personaggio di Zeno: lo Zeno anziano, che racconta la propria storia, e lo Zeno giovane, che la “vive”. Questa scelta avrebbe potuto funzionare, se non fosse per il fatto che i due personaggi interagiscono tra loro con eccessiva frequenza.
Gli attori che hanno interpretato i vari personaggi della vicenda si sono dimostrati complessivamente molto bravi dal punto di vista recitativo, offrendo prove solide e credibili. Ognuno di loro è riuscito a delineare con chiarezza il proprio ruolo: Alberto Fasoli (Cosini e Giovanni), Ester Galazzi (Maria e Signora Malfenti), Francesco Godina (Zeno giovane), Stefano Scandaletti (Coprosich e Copler), Stefania Ugomari Di Blas (Augusta), Valentina Violo (Alberta), Chiara Pellegrin (Ada), Valentina Violo (Carla), Emanuele Fortunati (Guido), Caterina Benevoli (Carmen) e Giovanni Schiavo (il Suggeritore).
Dispiace dirlo, ma meno convincente, invece, è risultata la prova di Alessandro Haber nei panni del protagonista: la dizione spesso poco chiara e un ritmo eccessivamente veloce nel parlare rendevano difficile comprendere i monologhi e seguire il filo del discorso, penalizzando così la fruizione dello spettacolo.


Di grande impatto la scenografia ed i costumi, entrambi creati da Marta Crisolini Malatesta, che ha dato vita a una scena semplice ma simbolica con una precisa connotazione cromatica: dei grandi tulle e una grande lente centrale sulla quale venivano proiettate immagini e video che aiutavano lo spettatore a comprendere al meglio la vicenda. I costumi sono di gusto chiaramente novecentesco, ispirati alla borghesia di inizio secolo. Gli uomini indossano abiti scuri, cappotti e gilet, mentre le donne portano abiti lunghi, sobri ed eleganti, dai colori spenti e dalle linee rigorose.


Lo spettacolo di Paolo Valerio rappresenta un coraggioso tentativo di portare in scena un romanzo complesso e intimamente psicologico come La coscienza di Zeno. Pur con alcune scelte narrative discutibili e un’interpretazione del protagonista poco convincente, la messa in scena riesce comunque a catturare l’essenza delle tematiche principali del libro, grazie alla prova d’insieme degli attori e a una scenografia di grande effetto.

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