Il Verismo inaugura con successo la stagione del Regio di Torino
di Gabriele Isetto
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| Cavalleria rusticana |
È il Verismo a
fare da protagonista all’apertura della nuova stagione del Teatro Regio di
Torino. Il dittico composto da Cavalleria rusticana e Pagliacci
ha infatti inaugurato non soltanto il cartellone lirico del teatro, ma anche il
Festival del Verismo, riportando in scena due opere simbolo di un teatro
musicale in cui passione, gelosia e tragedia si intrecciano in un drammatico
ritratto dell’animo umano.
Prima di
soffermarmi sulle due opere, mi preme elogiare la direzione d’orchestra di
Andrea Battistoni, che ha guidato entrambe le partiture con maestria, passione
e grande sensibilità musicale. La sua lettura ha saputo esaltare i momenti più
celebri ed emozionanti di Cavalleria rusticana e Pagliacci,
mettendone in risalto la forza drammatica e l’intensità espressiva.
Particolarmente suggestiva l’esecuzione dell’intermezzo di Cavalleria
rusticana, affrontato con eleganza e capace di rendere tutta la bellezza e
la struggente malinconia di una delle pagine più amate di Mascagni.
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| Cavalleria rusticana |
Una lode
altrettanto sentita va al Coro del Teatro Regio, preparato da Gea Garatti
Ansini, che si è distinto per una grande prova. Compatto, preciso e
coinvolgente, ha saputo conferire spessore e intensità alle scene d’insieme,
dimostrandosi un elemento fondamentale nella riuscita musicale di entrambe le
opere.
La regia di Daniele Menghini per Cavalleria rusticana si sviluppa attorno all’idea di un grande «presepe pasquale», una scelta particolarmente convincente, alla luce della vicenda narrata da Mascagni. La dimensione religiosa della Pasqua si intreccia con il dramma umano dei protagonisti, offrendo una lettura scenica ricca di significati.
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| Cavalleria rusticana |
Di grande
bellezza la scenografia di Davide Signorini, costruita attorno a un palco
girevole sul quale si trovano diverse «edicole» dove si muovono i personaggi e
destinate a trasformarsi progressivamente con lo sviluppo della storia. Lo
spazio scenico, grazie all’aggiunta di elementi scenici, diventa così parte
integrante della narrazione: tra gli elementi più interessanti spicca il campo
del Getsemani, luogo del tradimento di Giuda, che richiama simbolicamente
quello di Santuzza nei confronti di Turiddu. Altrettanto efficace è la
trasformazione del tavolo dell’osteria che, nel finale, diventa quello
dell’Ultima Cena, creando un parallelismo tra la Passione di Cristo e la
tragedia dei protagonisti. Un allestimento curato, nel quale regia e
scenografia dialogano con la musica e rafforzano la dimensione drammatica
dell’opera.
Sul fronte
vocale, tutti i cantanti sono stati applauditi a scena aperta, dimostrando di
sapersi calare con efficacia nei rispettivi ruoli. Ekaterina Semenchuk ha
interpretato Santuzza, Seok Jong Baek ha vestito i panni di Turiddu,
Ariunbaatar Ganbaatar quelli di Alfio, mentre Elena Zilio e Veta Pilipenko
hanno dato voce rispettivamente a Mamma Lucia e Lola. Tra tutti, si sono
distinti in particolare Semenchuk e Ganbaatar: la prima per l’intensità con cui
ha affrontato il tormento e la disperazione di Santuzza, il secondo per la
presenza scenica e l’efficacia dell’interpretazione di Alfio.
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| Pagliacci |
Dopo
l’intervallo, si è passati a Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, con la
regia di Francesco Micheli, che ha scelto di «spogliare» la vicenda dalla
dimensione religiosa che caratterizzava Cavalleria rusticana,
concentrandosi sull’umanità dei personaggi e, in particolare, sulla figura di
Nedda. Al centro della lettura registica emergono così i sentimenti, i desideri
e le contraddizioni di una donna che cerca di sottrarsi a una realtà
soffocante. Se in Cavalleria rusticana la dimensione sacra
accompagnava il dramma della comunità, in Pagliacci l’attenzione si
sposta più direttamente sulle fragilità umane e sulle passioni che possono
condurre alla tragedia.
La scenografia,
firmata ancora da Davide Signorini, si presenta più essenziale rispetto a
quella del primo spettacolo, ma conserva una notevole efficacia e si dimostra
funzionale allo sviluppo della vicenda. Anche in questo caso, le edicole già
viste in Cavalleria rusticana rimangono parte integrante dell’impianto
scenico, assicurando una continuità visiva tra le due opere, pur all’interno di
un allestimento più sobrio. Le strutture contribuiscono a definire lo spazio
dell’azione, lasciando che siano soprattutto i personaggi e i loro conflitti a
occupare il centro della scena.
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| Pagliacci |
Anche sul fronte
vocale, Pagliacci ha regalato una prova di grande livello, con
interpreti capaci di dare spessore e intensità ai rispettivi personaggi. A
distinguersi in modo particolare sono stati Carolina Lopez Moreno, nei panni di
Nedda, e Martin Muehle, in quelli di Canio, entrambi protagonisti di
interpretazioni particolarmente convincenti. Accanto a loro, meritano una
menzione anche Ariunbaatar Ganbaatar, che dopo aver interpretato Alfio in Cavalleria
rusticana è tornato in scena nel ruolo di Tonio, Matteo Mezzaro come Peppe
e Joshua Hopkins come Silvio. Tutti si sono dimostrati all’altezza dei
rispettivi ruoli, contribuendo alla riuscita dello spettacolo e confermando
l’ottimo livello complessivo del cast.
Ho assistito
all’Anteprima Giovani e la soddisfazione in sala è stata evidente: il dittico è
piaciuto molto, regalando un’apertura di stagione convincente per il Teatro
Regio e per il Festival del Verismo.

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