Dieci piccoli indiani chiude la stagione di prosa del Teatro Goldoni di Livorno


di Gabriele Isetto


A chiusura della stagione di prosa 2018/2019 il Teatro Goldoni di Livorno ha ospitato il capolavoro di Agatha Christie Dieci piccoli indiani conosciuto anche con il titolo …E non rimase nessuno. L’autrice nel 1943 adattò il romanzo per il teatro ma con un finale diverso e la particolarità di questo allestimento è invece proprio quella di proporre la stessa conclusione del romanzo.
Il produttore teatrale Gianluca Ramazzotti, per Ginevra srl in collaborazione con La Pirandelliana srl, è riuscito ad ottenere dalla Agatha Christie Ltd. i diritti per riportarlo a teatro proprio con il finale sopracitato. il regista spagnolo Ricard Reguant, che ha già portato in scena lo spettacolo con molto successo a Barcellona, ha ben diretto dieci attori che hanno perfettamente caratterizzato i protagonisti della vicenda proprio come ideati dall'autrice.


Inizialmente sembra di trovarsi di fronte a un incontro conviviale, anche se tra persone che non si conoscono e il tono è quasi quello della commedia fino a che la casa non piomba nel buio e un grammofono diffonde una voce che accusa i dieci protagonisti di un delitto; a questo punto la rappresentazione vira decisamente verso il dramma.
Ci troviamo di fronte ad uno spettacolo corale dove nessun attore, pur essendoci nomi di spicco, primeggia sugli altri e quindi voglio elogiarli tutti in egual modo: Leonardo Sbragia (Anthony Marston), Giulia Morgani (Signora Rogers), Tommaso Minitti (Thomas Rogers), Caterina Misasi (Vera Claythorne), Pietro Bontempo (Lombard), Silvano Piccardi (Blore), Ivana Monti (Emily Brent), Luciano Virgilio (Giudice Wargrave), Alarico Salaroli (Generale McKenzie) e Giancarlo Ratti (dottor Armstrong).


Mentre in sala si abbassano le luci, si diffonde la filastrocca dei Dieci soldatini cantata da una voce infantile che è il vero fulcro dello spettacolo e infatti la scenografia, creata da Alessandro Chiti,  che riproduce l’interno di una villa in stile Art déco con quinte a rappresentare vetrate che danno su di un immaginario esterno, ha una sorta di totem centrale su cui è scritto il testo della filastrocca con in basso una mensola di marmo su cui sono poste dieci statuette. Cosi come la scenografia,  anche i costumi di Adele Bargilli, sono tipici della società degli anni quaranta e delle sue abitudini come ad esempio quella di cambiarsi per la cena, in cui gli uomini indossano smoking mentre le due signore sono rigorosamente in abito lungo.
Il pubblico con lunghi applausi finali ha mostrato di gradire molto lo spettacolo anche perché, come già detto, la scena finale è una vera rarità che probabilmente ha lasciato sbalordito più di uno spettatore. Peccato che, non per demerito degli attori, l’acustica del Teatro non sia stata ottimale e diverse parole, a detta di molti, sono andate perdute.

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